Kimi Antonelli, il Campione che Non Vuole Essere un Campione
A vent’anni, Kimi Antonelli è già il più giovane campione del mondo di Formula 1 nella storia della categoria. Un traguardo straordinario, ma per il pilota Mercedes, il segreto del suo successo risiede nell'aver evitato le trappole del sistema sportivo professionistico. In un’epoca in cui la fama e l’ostentazione sono spesso associate al successo, Antonelli si distingue per la sua umiltà e la volontà di rimanere ancorato alla realtà.
Un Ragazzo Normale
Scendendo dalla macchina, Kimi Antonelli non assomiglia affatto a un campione del mondo. Non esibisce muscoli scolpiti, tatuaggi o collane costose. Preferisce tornare dai suoi amici di sempre, quelli conosciuti quando non era il pilota Mercedes, ma semplicemente Kimi, uno della compagnia. Questa scelta, nel circo dello sport degli anni 2000, è una vera e propria anomalia.
La Vita al Disotto del Lusso
Antonelli viaggia in aereo privato, frequenta alberghi e circuiti in ogni angolo del pianeta, ma non cerca il lusso. Spiega che il jet privato gli consente di recuperare tempo ed energie, soprattutto per gli spostamenti brevi verso la sede Mercedes in Inghilterra e i Gran Premi europei. La sua distinzione è sorprendente: a vent’anni non è ancora pronto a definire il lusso come una priorità. La sua agenda, con ventisei giorni di volo all'anno, testimonia questo equilibrio.
Radici Umili e Amicizie
Antonelli mantiene un piccolo gruppo di amici, cinque o sei, conosciuti a scuola. Quando torna a casa cerca di vederli, di fare quello che fanno i suoi coetanei, di parlare d'altro. Perché la Formula 1, ha raccontato, è un mare pieno di squali, e in quel mare si rischia di restare soli. Gli amici servono anche a questo: a ricordarti chi sei.
L’Eredità del Padre
È cresciuto a Bologna, in una famiglia che aveva i motori nel sangue ma non i mezzi per comprare a un figlio la strada verso la gloria. Il padre Marco, ex pilota e titolare di una squadra automobilistica, conosceva bene il mestiere e soprattutto le sue crudeltà. Non era affatto entusiasta all’idea che il figlio facesse il corridore. Aveva provato sulla propria pelle che fra essere veloci e diventare professionisti c’è di mezzo un mondo. Kimi, però, aveva già deciso. La prima volta su un kart risale a quando aveva cinque anni e mezzo.