L’allarme lanciato da Stefano Cobolli, padre del campione di tennis Matteo Berrettini, sulle minacce online ricevute dalla sua famiglia, si inserisce in una spirale preoccupante che coinvolge non solo lo sport ma anche altre figure pubbliche. La vicenda, resa nota tramite una story su un social media, evidenzia la crescente insidiosità dell’odio sociale manifestato attraverso i canali digitali.
Precedenti e Tendenze
Il caso Berrettini non è isolato. Come sottolinea il caporedattore, si aggiunge a una serie di episodi simili che negli ultimi mesi hanno coinvolto diversi protagonisti del mondo dello sport, tra cui la tennista Lucrezia Stefanini. Entrambi i casi dimostrano un allarme crescente per le minacce ricevute tramite WhatsApp, spesso accompagnate da minacce dirette alla vita dei familiari o da richieste di alterarne il destino.
Il caso di Matteo Berrettini, in particolare, ha fatto riferimento a messaggi inquietanti in cui si chiedeva che il suo fratello perdesse una partita e, di conseguenza, la sua famiglia fosse uccisa. Questo tipo di intimidazioni, segnalate all'ATP e denunciate alle autorità competenti, evidenzia la vulnerabilità dei tennisti, soprattutto quelli più giovani, esposti a pressioni esterne e potenzialmente più suscettibili di essere presi di mira da individui con intenti malevoli. La vicenda Stefanini, avvenuta a Indian Wells nel marzo scorso, ha ulteriormente amplificato l'allarme, con la ricezione di minacce di morte, una foto di una pistola e riferimenti ai nomi dei genitori e al luogo di nascita della tennista.
L’intervento del presidente della Federazione Italiana Tennis, Angelo Binaghi, che definisce l’accaduto «gravissimo e intollerabile», sottolinea la gravità della situazione e la necessità di un intervento immediato. La vicenda solleva interrogativi sulla sicurezza dei personaggi pubblici e sull'efficacia delle misure di protezione attualmente in vigore.