Nel cuore di una piccola comunità, un ricordo d’epoca emerge come un frammento di storia locale. Un invalido, poliomielitico e costretto all'uso di stampelle di legno, era ricordato dai bambini con un’etichetta pesante: quella del ‘fascista’. Questo termine, allora poco compreso dagli occhi innocenti dell’infanzia, rifletteva l’atteggiamento diffuso nei confronti di chi, percepito come diverso e in grado di minare le norme sociali.
Un Gioco e un'Accusa
La figura di Zanìn, un ex combattente del fascismo che aveva perso entrambe le gambe a causa del polio, era vista con sospetto. Il suo modo di muoversi, l’uso delle stampelle, il suo carattere sguaiato e rancoroso, venivano interpretati come una riaffermazione dei valori dell'epoca. I bambini, inconsapevoli della complessità storica, lo consideravano un ‘invalido senza gambe’, uno degli tanti che si trovavano nel paese a causa del virus.
Questo episodio, apparentemente isolato, solleva interrogativi sul clima sociale e politico dell’Italia fascista. Evidenzia come la marginalizzazione di individui percepiti come devianti o indesiderati potesse essere accompagnata da accuse discriminatorie, basate su pregiudizi e sulla volontà di riaffermare il potere attraverso l'etichettatura e l'esclusione. La storia di Zanìn rappresenta un piccolo ma significativo tassello della memoria collettiva locale.
Il racconto sottolinea come la percezione del ‘fascismo’ non si limitasse all’adesione ideologica, ma potesse manifestarsi anche in forme più subdole, attraverso il giudizio sociale e l'esclusione di chi non si conformava alle aspettative dominanti. La vicenda di Zanìn ci ricorda l'importanza di confrontarci con le nostre radici storiche e di riflettere sulle dinamiche sociali che hanno plasmato la nostra identità.