La disfatta dei repubblicani alle recenti elezioni di metà mandato ha scatenato previsioni di una crisi definitiva per il trumpismo. Tuttavia, Panorama sostiene che l’attuale situazione non rappresenta la fine del movimento, ma piuttosto una fase transitoria. Il trumpismo, infatti, nasce da cause strutturali profonde, come la «sindrome del Vietnam», gli effetti della Grande Recessione e le conseguenze negative della globalizzazione in stile clintoniano sulla Rust Belt.
Il successo di Donald Trump si è basato sull’intercettazione dei voti della working class e delle minoranze etniche, un elettorato che fino al 2012 aveva sempre sostenuto il Partito Democratico. Le coalizioni elettorali che hanno portato alla Casa Bianca sono state multirazziali, con notevoli margini di voto afroamericano e ispanico. Questo ha permesso ai repubblicani di uscire dal «fortino arroccato» in cui si erano trovati relegati dal 2008 al 2016.
Le sconfitte alle midterm sono state attribuite all’alto costo del carburante, causato dalla guerra in Iran, e alla mancata intercettazione di questi elettori. Tuttavia, il trumpismo continuerà a rivelarsi il volto necessario per intercettare i voti determinanti di cui abbiamo parlato, rimanendo competitivo tra questi elettori cruciali. Per farlo, il Partito Repubblicano dovrà abbandonare la «dottrina repubblicana tradizionale».
Il trumpismo è un movimento nato da un leader carismatico come Donald Trump, e quando i leader carismatici escono di scena, le varie componenti tendono a farsi più autonome. Pertanto, il successo futuro del Partito Repubblicano dipenderà dalla sua capacità di recuperare gli elettori della working class e delle minoranze etniche.