L’Eredità Emotiva di ‘Il Fuoco che ti Porti Dentro’
Il film di Edoardo De Angelis, 'Il fuoco che ti porti dentro', tratto dal romanzo omonimo di Antonio Franchini, si concentra su una notte di Natale, un momento di massima intensità emotiva per esplorare il complesso rapporto tra madre e figlio. Il film, in concorso a Venezia 83, è interpretato magistralmente da Vanessa Scalera nel ruolo di Angela e Lino Musella come suo figlio Antonio.
Il punto di partenza del film è l’odore, un elemento centrale nel romanzo che De Angelis ha sapientemente trasformato in una potente metafora emotiva. Come spiega Scalera: “All’inizio pensavo: come faranno a farne un film? Non è possibile tradurlo, è un romanzo lunghissimo che attraversa tanti anni”. La decisione di concentrarsi su una sola notte, quella di Natale, ha permesso di condensare la lunga storia in un dramma claustrofobico e intenso. Il film non si limita a raccontare un rapporto conflittuale, ma ne esplora le radici profonde, i silenzi, le ferite mai cicatrizzate.
De Angelis parte dall’incipit del libro, l'odore che nel romanzo diventa subito materia emotiva. “Il modo in cui Franchini dipinge sua madre mi ha colpito per forza. Il bambino cerca l’odore della madre, il cucciolo cerca l’odore della mamma, ed è assurdo che poi lo rifiuti. Che cosa c’è di velenoso in questo odore al punto tale da essere rifiutato da un cucciolo? Forse è il cucciolo diventato adulto che, nel ricordo, stabilisce che quell’odore era una puzza”. Scalera ha lavorato proprio su questa combustione. “Edoardo ci regalava ogni giorno delle note di regia. In quelle note c’era l’essere umano, il regista, l’artista. A un certo punto ne arriva una: ‘Portami dove non sai’. Io per una settimana avevo guidato questa macchina di nome Angela a duecento chilometri all’ora cercando di non sbandare”.
La performance di Lino Musella, che interpreta Antonio, è altrettanto intensa. “È un fuoco lavico, interno, interiore. Non è un fuoco di paglia”, racconta. La sceneggiatura, scritta da De Angelis e Francesco Piccolo con Ilaria Macchia, si distingue per la sua capacità di esplorare le sfumature più oscure del rapporto familiare, senza cadere nel melodramma. Scalera ha trovato ispirazione in figure femminili forti e solitarie: “Ho pensato a un femminile che deve bastare a sé stessa. Mia nonna era una donna solitaria, forte, reggeva tutta la famiglia e non si piangeva addosso. Era orgogliosa di farlo, aveva il mento in alto”.