Roma – L'area a caldo dell’ex Ilva di Taranto è stata spenta da questa mattina, in seguito all'annuncio del direttore generale di Acciaierie d’Italia, Maurizio Saitta, durante un incontro con i sindacati al ministero del Lavoro. La decisione segue la sentenza della Corte di Appello che ha confermato quella della Corte di Cassazione sulla demolizione dell'area a caldo. Tuttavia, l'atmosfera è tutt'altro che tranquilla: il termine per presentare le offerte vincolanti per l’acquisto del gruppo siderurgico è fissato per domani e la situazione è caratterizzata da un forte pressing sulle cordate concorrenti.
La situazione finanziaria di Adi, che detiene gli ultimi 40 milioni del prestito ponte autorizzato dall'UE, complica ulteriormente le cose. L’azienda non ha i fondi necessari per anticipare l'integrazione dei lavoratori in cassa, con un numero attuale di 4.450 unità e un obiettivo di circa 8.622. Gli indiani di Jindal Steel stanno valutando rimodulare la loro offerta, che include l’acquisto sia dell’area a caldo che di quella a freddo, la produzione di 2 milioni di tonnellate di acciaio con forni elettrici e il laminato di altre quattro tonnellate provenienti da Oman. L'offerta è presentata quasi senza costi e senza prendersi in carico le spese per le bonifiche.
Il governo spera di evitare un concorrente americano, ma si registra scetticismo su un eventuale rilancio del fondo Flacks. Si teme che l’unica offerta possa provenire da Jindal Steel. Il gruppo Arvedi, principale attore siderurgico italiano per volumi, è sotto pressione per presentare una proposta, soprattutto perché possiede la tecnologia dei forni elettrici alimentati sia da rottami che da preridotto di ferro, in linea con le intenzioni del governo di riconvertire Ilva. Al contrario, il gruppo cinese non sembra intenzionato a presentare un'offerta entro domani.
La confusione ha portato allo slittamento del tavolo sindacale al martedì prossimo, con l’aggiunta dei rappresentanti dell’Inps. Crescono i timori per la sostenibilità della cigs per quasi nove mila addetti e per gli altri quattro mila dell'indotto, mentre il governo è in pressing su Arvedi per spingerlo a presentare una proposta. La situazione rimane estremamente delicata e incerta, con possibili ripercussioni sul tessuto industriale locale.