La Poesia Riscopre il Suo Corpo
Gian Mario Villalta, poeta e scrittore pordenonese, pubblica «Il canto delle parole» (Garzanti), un saggio che ribadisce l'importanza della voce come fondamento della poesia. L’autore sostiene che la vera protagonista del testo è la voce, intesa non solo come suono, ma come connessione con il ‘noi’, e non con l’‘io’. La lingua, secondo Villalta, nasce da un intreccio di relazioni, un “noi” che precede l'individuo stesso. Il viaggio nel libro si concentra sulla natura sonora del linguaggio, alla ricerca di elementi spesso trascurati dalla scrittura moderna: respiro, intonazione, pausa e cadenza.
Dalla Voce alla Scrittura: Un’Evoluzione Perduta?
Villalta evidenzia come la stampa e l’acquisizione della scrittura abbiano contribuito a relegare la voce in un ruolo secondario, trasformando la poesia in un'esperienza mentale. Il verso, per l'autore, è inizialmente un evento di voce, un’esigenza fisica e mentale che la scrittura tende a soffocare. Il lettore non è solo colui che decifra il testo, ma diventa attivamente coinvolto nel riattivarlo, ascoltando il ritmo e le pause che rivelano tensioni nascoste.
Il Tempo della Pronuncia
Il saggio esplora la differenza tra il tempo necessario alla parola per depositarsi e la velocità che la pagina scritta tende a imporre. La poesia, secondo Villalta, accade nel tempo della sua pronuncia, un’esperienza sensoriale che richiede attenzione al ritmo e alle pause. Questo concetto si estende all'ascolto del poeta, una pratica che rischia di essere dimenticata in un mondo dominato dalle comunicazioni istantanee.
Un Dialogo con i Maestri
Il percorso di Villalta lo porta a confrontarsi con grandi figure del Novecento come Celan, Montale, Sereni e Zanzotto, confermando che la poesia è un dialogo continuo tra voce e testo, tra poeta e lettore. L’autore sottolinea l’importanza dell'ascolto, inteso non solo come atto uditivo, ma come strumento di comprensione e interpretazione.