Il processo a Enzo Tortora, culminato nel 1986, è stato descritto da Leonardo Sciascia come una rilettura di un antico racconto teologico. Secondo lo scrittore, il caso si basava su un'analogia tra la congiura di Lucifero e la gestione della giustizia terrena. Sciascia, richiamandosi al sonetto del Belli ‘L’angeli ribbelli’, evidenziava come il Signore avesse sventato la rivolta diabolica grazie all’impunità concessa a un angelo, inamovibile nel bene e nel male. Questo concetto veniva poi applicato alla situazione romana, dove l'“impunità” significava dissociarsi dal presente problema, come faceva con i brigatisti o i mafiosi. La figura del pentito, secondo Sciascia, era essenziale per ottenere questa “giuridica” conferma di verità da parte di Dio.
Il processo Tortora, avviato nel 1983 e poi ripreso in appello, fu visto dallo scrittore come un’occasione per analizzare il ruolo della giustizia italiana. Il procuratore capo Francesco Cedrangolo schierò ben diecimila “cherubbiggneri” per il maxiblitz del ‘venerdì nero della camorra’, dimostrando l'impegno della magistratura nel contrasto alla criminalità organizzata. La vicenda, rievocata da Sciascia in un articolo su “L’Espresso”, era caratterizzata da un paradosso: Dio aveva bisogno della soffiata di un delatore per procedere con la punizione dei ribelli. Questo rifletteva l'atteggiamento del magistrato che si serviva del pentito per ottenere conferma di una verità che già credeva di possedere.
Il processo Tortora, conclusosi con l’assoluzione dell’imputato, ebbe luogo a Napoli e vide la partecipazione del deputato Gianfranco Spadaccia. La prima volta che Tortora tornò a Napoli dopo l'assoluzione, si rivolse ai suoi amici e compagni napoletani, definendo il processo “mostruoso” e concentrante tutti i mali della giustizia italiana. Il caso era stato avviato per accusa di associazione a delinquere contro un gruppo di persone legate alle Brigate Rosse.
La vicenda Tortora rappresenta un esempio di come la teologia e la giustizia possano intersecarsi, secondo la visione di Sciascia. La sua analisi del caso evidenzia l'importanza del pentimento e della delazione nella ricerca della verità e nella punizione dei colpevoli, ma anche il rischio di una giustizia che si basa su presupposti e manipolazioni.