Venezia è al centro di una battaglia legale e politica sulla legge veneta sul fine vita. Il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, non intende ritrattare la sua posizione: ritiene che la legge, approvata a Palazzo Ferro Fini, «supererà il vaglio della Consulta». Secondo Stefani, la norma è stata scritta nel rispetto della Costituzione e delle precedenti sentenze della Corte, con emendamenti che ne confermano lo spirito. Matteo Pressi, capogruppo della lista Stefani Presidente, sottolinea come la legge ponga «argini e paletti chiari», favorendo le cure palliative e non prevedendo un approccio indiscriminato.
La sfida alla Consulta è stata avviata dall’associazione Luca Coscioni Fiduciosa, che vede nell'impugnazione un'opportunità per rafforzare la competenza delle Regioni in materia sanitaria. L'associazione sottolinea come la legge sia già stata approvata da altre regioni e si basi su precedenti giurisprudenziali. Il presidente del Consiglio regionale veneto, Luca Zaia, ribadisce la scelta del Consiglio regionale, mentre Fratelli d’Italia, alleato di Stefani, esprime perplessità sulla disciplina regionale.
La disputa si inserisce in un contesto più ampio, con il governo che punta su un testo diverso («Zanettin-Zullo») giudicato «palesemente incostituzionale». Le opposizioni denunciano una spaccatura all'interno della maggioranza, evidenziando l'assenza del vicepremier Salvini e la contrarietà di Calderoli. La situazione è ulteriormente complicata dalla posizione di altre forze politiche, come Avs-Reti civiche, che considerano l’impugnazione un attacco al lavoro svolto dal Consiglio regionale.
La battaglia legale si gioca su un terreno già tracciato dalla Consulta, che ha respinto censure simili in passato. Nonostante ciò, Stefani e i suoi sostenitori restano convinti della legittimità della legge veneta, mentre la frattura tra il governo e la Regione Veneto si accentua.