Il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ha deciso di non procedere con una querela contro la procura generale di Milano e la sua procuratrice Francesca Nanni nel caso riguardante le inchieste sul presunto coinvolgimento della ex consigliera regionale Nicole Minetti. La decisione, arrivata dopo oltre un mese dalle minacce di querele espresse durante un'intervista a “Otto e mezzo”, evidenzia una svolta significativa nella vicenda.
La controversia è nata nel giugno del 2023 quando Travaglio, in un’accesa apparizione su La7, aveva minacciato querele contro la procura per diffamazione, contestando le accuse contenute nelle indagini del giornale sul caso Minetti. Il Fatto aveva sostenuto che la procura avesse smentito le proprie inchieste, mettendo in discussione il quadro delle irregolarità nella procedura di grazia concessa alla consigliera regionale. La vicenda era stata alimentata da un teorema elaborato dal quotidiano, basato su presunte trattative tra il Quirinale, il governo e Minetti.
Tuttavia, a distanza di tempo, Travaglio ha deciso di rinunciare alle querele, probabilmente per diversi motivi. Innanzitutto, le indagini della procura generale di Milano avevano demolito in modo definitivo il teorema della trattativa, dimostrando l'infondatezza delle accuse mosse dal Fatto. La procura aveva accertato che le affermazioni riguardanti la “causa” di Minetti per ottenere il bambino, i dubbi sulle cure mediche, la morte misteriosa dell’avvocata dei genitori biologici del minore, le menzogne sull’attività di volontariato e l’esistenza di un ranch gestito da Minetti in Uruguay erano tutte false. Questi elementi, insieme alla minaccia di azioni legali contro i magistrati, avrebbero potuto creare ulteriori complicazioni per il Fatto, soprattutto considerando le già pesanti richieste di risarcimento danni presentate da Minetti e dal suo compagno Giuseppe Cipriani.
La decisione di Travaglio potrebbe anche essere stata influenzata dalla necessità del Fatto di gestire le richieste di risarcimento danni da parte delle parti coinvolte nel caso. Le due richieste, per un totale di 315 milioni di dollari (5 milioni in Italia e 250 milioni negli Stati Uniti), rappresentavano un onere finanziario significativo per il giornale, rendendo meno appetibile una battaglia legale con i magistrati milanesi. Inoltre, l'Associazione Nazionale Magistrati avrebbe potuto prendere posizione a difesa dei colleghi milanesi, complicando ulteriormente la situazione per il Fatto.